Visualizzazione post con etichetta PEZZI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta PEZZI. Mostra tutti i post

5 luglio 2008

Make me pure

I don't have to try
I just dial it in
I've never found a job that for me was worth bothering
I got a ton of selfish genes and lazy bones
Beneath this skin
Oh Lord, make me pure - but not yet
Smoking kills
Sex sells I've got one hand in my pocket but the other one looks cool as hell
I know I'm gonna die so my revenge is living well
Oh Lord, make me pure - but not yet

2 ottobre 2007

Sui binari del treno...


Eccomi qua per l’ennesima volta con il mio trolley in mano. Sono pronta a partire. Per quale meta? Non lo so nemmeno io, la più lontana possibile da questo piccolo paese e dai suoi problemi.
Salgo sul primo vagone disponibile e mi accorgo di aver dimenticato di obliterare il biglietto...mancano 5 minuti alla partenza, scendo di corsa ce la devo fare non voglio rimanere bloccata qua nemmeno un’ora in più.
Chiedo ad una simpatica signora di controllarmi un secondo il bagaglio, nel frattempo corro verso l’obliteratrice, tutti mi guardano con occhi sospetti. Perché in fondo? Sono solo una persona che vuole scappare dalla sua vita, una persona che è solo alla ricerca della felicità.
Finalmente sento il treno partire, sento il suono che sin da bambina mi incantava l’udito. Si ha sempre una bella sensazione quando senti il rumore stridulo della rotaia, a me ha sempre dato quell’idea di libertà...quale miglior modo di fuggire se non all’interno dei vagoni di un treno?
Mi separano tanti chilometri dalla mia meta, decido di alzarmi e camminare su e giù per il corridoio, qualcuno mi ferma mi chiede se voglio sedermi, non ne ho voglia, mi affaccio al finestrino, sento l’aria scontarsi con il mio viso, il paesaggio scorre velocemente davanti ai miei occhi, come i pensieri nella mia mente.
Troppi pensieri. Ma io da chi sto scappando da loro o da me stessa?o dagli altri? La paura del giudizio della gente in un paese piccolo come il mio. Mi sento stanca. Un ragazzo si accorge del mio attimo di debolezza e mi cede gentilmente il suo posto. Lo ringrazio. Stiamo due minuti in silenzio a fissarci, lui vuole chiedere, io non voglio dire.
Intanto il treno continua a correre e a portarmi via, lontano da tutto e da tutti. Rientro nel mio vagone, c’è sempre la simpatica vecchietta seduta di fianco a me, anche lei mi guarda in modo strano, non ci faccio caso, chiudo gli occhi e mi metto a dormire.
Quando li riapro è quasi l’alba, mi volto verso il finestrino. I colori si mischiano tra di loro nelle tonalità del rosa, rimango incantata a guardare il paesaggio, per un attimo dimentico i miei problemi, ma poi ad un tratto un dolore alla pancia me li fa ricordare. Guardo l’ora, tra poco devo scendere, ci sarà Giulia ad aspettarmi. Torno nel corridoio. Lì, fermo ancora al suo posto, c’è lo stesso ragazzo di ieri sera, ci guardiamo di nuovo, questa volta mi siedo accanto a lui e cominciamo a parlare.
Gli chiedo di lui, del suo nome, della sua meta, della sua vita. E lui chiede di me, del mio nome, della mia meta, della mia vita. “Credo che i fatti parlino senza bisogno di ulteriori spiegazioni” gli rispondo “Ho 18 anni e sono rimasta incinta di un ragazzo con cui sono uscita per un mese, pensavo fosse una persona speciale e invece si è rivelato il solito irresponsabile. Ora comincia a vedersi la pancia e i miei non sanno nulla e non voglio che sappiano, per questo sto scappando. Arriverò a Roma, lì mi aspetta un’amica e poi deciderò il da farsi.”
Lui mi guarda e ascolta attentamente, è il primo che capisco che non lo fa per giudicare, il suo fare è sincero e riesco finalmente per la prima volta a sfogarmi con qualcuno, con uno sconosciuto. Mi dice che se vorrò lui mi darà una mano. Lo abbraccio, anche se non lo conosco sento di potermi fidare.
“La prossima fermata è la mia” gli dico. Riusciamo a dirci ancora due parole, quando ad un tratto il manovratore tira i freni e io capisco che devo scendere. Sono arrivata. È arrivato anche il momento di affrontare la realtà; per un po’ di ore ho cercato di dimenticare, di essere di nuovo una semplice ragazza anche se gli sguardi della gente erano sempre pronti a ricordami quello che mi era successo.
Scendo dal treno. Sento di nuovo il rumore stridulo delle rotaie; da lontano una voce amica mi chiama. È Giulia, la abbraccio e scoppio in lacrime.

7 settembre 2007

Tentazioni

Lei aveva due vite, una legata alla realtà delle cose, pragmatica, minimalista. L’altra, aggrappata a quel filo di virtualità che Internet le concedeva nelle sue ore passate davanti al computer.
Combattuta tra due personalità e soprattutto combattendo quella che piano piano stava prendendo possesso della sua coscienza.
La sua vita era semplice, forse anche banale ai suoi occhi. Un marito, un lavoro ed un cane le tenevano compagnia giornalmente. Una connessione, un corteggiatore e le chiacchiere con lui erano però tutto ciò che la rendevano viva.
Si scoprirono per caso in uno dei tanti siti che mettono in contatto persone da tutti i settori lavorativi. Lui cominciò a scoprirla lentamente, facendole domande sempre più intime. Lei teneva nei suoi confronti un atteggiamento sostenuto, sicuramente intrigante e sensuale agli occhi di lui.
Intanto la sua vita andava avanti come sempre. Sveglia alle 7, colazione, bacio e poi di corsa alla fermata dell’autobus.
Come ogni giorno si trovava quasi obbligata ad aspettare quello successivo perché troppo affollato.
In ufficio era sempre stata attenta e puntuale nelle consegne e il rapporto con i colleghi e le colleghe era sempre stato banalmente cortese. Non amava mischiare la vita privata con quella lavorativa, per questo aveva sempre rifiutato garbatamente ogni richiesta di uscita extra.
Ora, però, si ritrovava spesso sola, con quella voglia di vivere che ancora contraddistingueva i suoi anni. Si era sposata troppo presto, lo dicevano tutti, ma lei lo voleva con tutto il cuore…non lui…sposarsi…
Le sembrava l’unico modo per andar via di casa, l’unico modo per sentirsi donna…per essere vista come donna.
Fino a quel momento si era sempre vista trattare come una bambina e lei non lo era…
Suo marito la amava ed era talmente accecato dal suo amore che non la osservava, non le guardava gli occhi…bastava che lei gli dicesse “ti amo” per rassicurarlo e ormai erano anni che lei faceva così.
Un giorno lui le chiese: “Valeria, sei sicura?” e lei, convinta che era giusto dire di sì lo rassicurò.
Intanto, scoprì di avere, sempre di più, voglia di essere corteggiata e Pier era capitato nel momento in cui questo desiderio si faceva sempre più forte.
Pierluigi era il suo vero nome, ma Valeria preferiva chiamarlo Pier.
La differenza di età tra i due era notevole ma tra di loro nacque una tale complicità che quei dieci anni si azzeravano ogni volta che intraprendevano una conversazione.
Lei 25 anni, lui 35.
......
(lo continuerò...)

24 febbraio 2007

Per non dimenticare


Faceva freddo quando Elisa decise che sarebbe stata a casa. Non aveva voglia di uscire e la neve fuori continuava a scendere. Era una buona occasione per trovare un po’ di tranquillità tra le mura di casa.
Non viveva da sola ma con suo padre e sua madre, ed oltre ai suoi genitori abitava in quella casa la nonna Greta, una signora di ottantacinque anni, di poche parole, con l’aria sempre triste.
Elisa l’aveva sempre vista così, sin dal giorno della sua nascita, e da allora erano passati 15 anni.
Quel giorno in casa non c’era nessuno, lei si era svegliata presto nonostante fosse domenica, forse disturbata dal freddo che penetrava sotto le sue coperte.
Erano andati tutti a messa, come ogni domenica di ogni settimana.
Non riuscì a capire il perché ma quel giorno in particolare era attratta dalla camera di sua nonna, ci entrava ogni tanto per farle compagnia, per giocare con le sue collane e farle tante domande di quando lei era bambina.
Ma quella mattina la nonna non c’era e la camera era vuota con il suo bel letto riordinato ed ogni cosa al suo posto.
Elisa era curiosa, molto curiosa e approfittò di quell’attimo di solitudine per osservare le foto tenute con tanta cura sul cassettone della camera; una in particolare la colpì molto, era stata fatta a Milano e la nonna era con un gruppo di persone, ma nessuno di loro sorrideva e mai la nonna aveva parlato di queste persone nei suoi mille racconti.
Spinta sempre più dalla curiosità tolse la foto dal vetro con la speranza di trovare qualcosa scritto sul retro e così fu: A56478211.
“Cos’era quel numero scritto a penna?” pensò fra sé e sé. L’orologio a pendolo batteva le undici, tra poco non sarebbe più stata sola in quella casa.
Cominciò ad aprire cassetti, scatole, armadi quando le capitò tra le mani un piccolo scrigno di legno intarsiato, non lo aveva mai visto prima. Era molto bello, raccontava un’epoca solo attraverso l’odore che emanava. Un piccolo lucchetto lo teneva chiuso, ma Elisa lo aprì senza troppi problemi, la ruggine lo aveva indebolito.
Quando aprì quel piccolo gioiello rimase scossa, non poteva credere ai suoi occhi dentro c’erano solo due cose una stella gialla, la Stella di Davide e un foglio...un foglio piegato ingiallito dal tempo e dal legno.
Ora cominciava a capire quel numero dietro la foto.
Elisa lo aprì e cominciò a leggere:



“Fui portata ad Auschwitz il 13 Marzo 1943, me la ricordo bene quella data,
perché dopo di questa il tempo divenne il mio nemico, e per due anni non ho mai
saputo che giorno stavo vivendo.
Non so perché sto scrivendo questo,
non so a chi è dedicato ma forse è solo un modo per urlare attraverso una
penna quello che non sono mai riuscita a raccontare fuori, nessuno ha mai
chiesto e io non ho mai detto. Forse la paura di sapere, la vergogna di
chiedere, il rispetto per il dolore, non so quale sia stata la ragione ma
nessuno ha mai chiesto.
Ricordo che appena arrivata al campo mi sembrava di
essere in un enorme fabbrica tanto enorme da non vedere al di là del mio naso,
un po’ per la grandezza di tale orrore, un po’ perché il tempo grigio e la
foschia rendevano tutto così offuscato.
Fummo portate in una baracca, loro li
chiamavano Block, lì ricevemmo dei vestiti (se così si possono definire)una
ciotola e un cucchiaio e scoprii solo più tardi che me li dovevo tenere ben
stretti.
Qualcuna di noi non ricevette nemmeno i vestiti, la fecero subito
andare nelle docce, solo dopo capii il perché.
Tanto dolore e tanta rabbia
non si possono esternare attraverso un foglio.
L’umiliazione che si provava
nel campo non è esprimibile con una penna.
L’uomo non era uomo e la donna
non era più donna. Solo macchine, macchine da lavoro che ad un primo guasto
venivano buttate via.
I corpi fragili e scheletrici non si distinguevano l’un
l’altro, sembravamo un massa di morti viventi con i piedi sanguinanti per via delle
scarpe, il più delle volte di un numero diverso dal tuo, e per via del fango e
della neve che ci portavamo dentro le scarpe per giorni interi.
Per non
dimenticare, ecco perché scrivo, perché spero che qualcuno paghi per quello che
è successo, perché in fondo non posso perdonare, perché la mia famiglia non l’ho
nemmeno vista morire”.



Una lacrima bagnò quella lettera, una lacrima di una bambina che batteva i piedi per un nonnulla e che non aveva mai chiesto a sua nonna ma tu c’eri là? Tu hai vissuto tutto questo?
L’ha sempre vista con la sua aria triste e un po’ imbronciata ma non aveva mai capito cosa si nascondeva dietro a quella corazza.
Suonarono alla porta, Elisa andò ad aprire, abbracciò forte sua nonna e le chiese scusa per non aver mai chiesto.

9 dicembre 2006

La corsa prosegue

È una continua scalata verso la vetta quella che sta affrontando il re dei motori di ricerca Google; a distanza di quasi due anni e mezzo dalla sua prima quotazione in borsa, nel NASDAQ, ora il valore per azione ha toccato la soglia dei 500 dollari superando le quotazioni di colossi industriali quali Intel e HP.
La società fondata 8 anni fa da due studenti universitari ora sta primeggiando tra i grandi nomi e sta cercando sempre più di diversificare i suoi servizi e gli strumenti che offre.
Il “rally” di Google e l’interesse nei suoi confronti nascono proprio da questo: innanzitutto Google rimane il leader indiscusso dei motori di ricerca, in secondo luogo sta iniziando ad offrire strumenti per l’ufficio, molto simili al software libero Open Office. Per ultimo, ma non certo per importanza, sta cercando di integrare tra loro diversi canali di comunicazione, come l’utilizzo dei cellulari per gestire il suo servizio di posta elettronica (Gmail).
L’evoluzione del multimediale e dei canali di comunicazione sta mettendo i vecchi media in seria difficoltà, in quanto si trovano a dover lottare con risorse sempre più forti , integrate e flessibili rispetto alle esigenze degli utenti.
Sicuramente l’innovazione porterà Google a fare grandi passi in avanti, perché è proprio la sua dinamicità e il suo correre in parallelo con il tempo a renderla una realtà in forte espansione.

21 novembre 2006

YouTube: nuova frontiera di comunicazione

Il palcoscenico è ora di tutti. Questo è lo spirito che ha reso celebre “Youtube”, il sito internazionale che permette la visione e condivisione di video. Il sito ospita video di diverso genere: show televisivi, video musicali, video amatoriali o personali, creati in casa dagli stessi utenti. Questa è la nuova frontiera dell’uomo, questi i nuovi mezzi di comunicazione, l’uomo non subisce più l’avvento di nuove tecnologie, ma crea egli stesso momenti di assoluto esibizionismo uscendo per la prima volta dall’anonimato e decidendo le regole del gioco.
YouTube nasce non solo come mezzo per dar voce alle nuove generazioni ma anche come vetrina per tutti coloro che vogliono mettersi in luce o che vogliono condividere informazioni, curiosità, notizie.
Alla base di tutto c’è la comunicazione intesa come condivisione di risorse, come scambio di opinioni, come innovazione.
La popolarità di YouTube ha colpito anche Google, che il 10 ottobre 2006, ha deciso di comprare il sito per il “modico” prezzo di 1,65 miliardi di Dollari, continuando ad accrescere così la sua fortuna e a perseguire la sua politica espansionistica.
YouTube è ora Google, e la notizia fa scalpore, ma sarà sicuramente un incentivo in più per aumentare il numero di utenti e per rendere la Rete un luogo dove non si è solo un “click” ma bensì una persona con un volto e qualcosa da dire.

23 settembre 2006

Una volta iniziai così...

Sarah sta squillando il telefono! Vai a rispondere per piacere?
Driiin…Driiin…Driiin
- Sarah!
- Sto andando!...Pronto?
- Salve vorrei parlare con la signora, è in casa?
- Chi la cerca?
- Le dica un amico, grazie.
…
- Mamma! Mamma! Ti vogliono al telefono?
- Chi è a quest’ora?
- Non so, dice di essere un tuo amico, ma non mi ha detto il nome; dal tono di voce sembra abbia fretta di parlarti…
- Pronto?
- Parlo con la signora Smith?
- Si! Ma chi è lei?
- Buonasera, scusi l’orario ma…
- Ma cosa? Cos’è successo?!
- Sono il Capitano della Marina Militare, il mio nome è Tyler. Devo dirle una cosa che forse non le farà piacere sentire. Poco fa c’è stato un incidente e suo marito…
- Cosa è successo a mio marito? Sta bene, vero? Mi dica che sta bene!
- Purtroppo no…l’impatto è stato violento e…
- Impatto?! Ma di che diavolo di impatto sta parlando?
- Deve venire subito al Providence Hospital, suo marito è ricoverato qui e credo sia il caso che ci raggiunga, le spiegheremo tutto al suo arrivo, faccia il prima possibile.
- Mamma chi era?
- Nessuno tesoro. Ora io devo andare, farò il prima possibile.
- Dove devi andare?! Vengo con te!
- No! È meglio che tu stia qui, nel caso in cui ci cerchi qualcuno…
- Ma cosa è accaduto? Mi sembri spaventata. Dimmi cosa c’è!
- Ti telefono più tardi, mi raccomando se hai bisogno chiama sul cellulare.
…
La paura stava assalendo i pensieri di Rachel, il piede premeva sempre più il pedale dell’acceleratore. Correva; correva per raggiungere suo marito, il suo amore, ma mentre correva pensava, pensava a quel che era potuto accadere, a quel che doveva aspettarsi una volta arrivata all’ospedale.
Arrivò, scese di corsa dall’auto, quasi si volesse gettare, andò di corsa all’entrata e si diresse come una furia verso il centralino in cerca di suo marito.
- Dov’è il Signor Adam Smith? Dov’è ricoverato?
- Stia calma signora, m’informo subito, intanto si sieda…
- Non voglio sedermi! Voglio solo vedere mio marito! Dov’è?
- Le ho già detto di aspettare un attimo…
…
- Stanza 34, terzo piano.
Adam era l’unica persona che amava, la persona con cui si promise di condividere la sua vita, la persona che rappresentava la sua vita, e non poteva, né tantomeno voleva perderlo.
Correva e pensava; pensava a quel che doveva aspettarsi una volta entrata nella stanza. Correva così veloce che il respiro cominciò a farsi affannoso.
- Signora Smith! Signora Smith!
- È questa la stanza?
- Si, ma aspetti! Prima devo spiegarle!
- Parleremo dopo, ora ho bisogno di vederlo.
- È in coma, forse irreversibile…
Scoppiò in lacrime, entrò nella stanza e si sedette di fianco al letto.
Si asciugò il viso e cercò di assumere un’espressione decisa, sicura di sé, forte, quasi volesse far capire a suo marito che anche questa volta ce l’avrebbero fatta.
Cominciò a parlare con la convinzione che lui potesse sentirla; parlava,sembrava quasi che non avesse realmente realizzato che suo marito, il suo amore, la persona che rappresentava la sua vita era lì, disteso su quel letto d’ospedale, così inerme, così indifeso.
Parlava e piangeva, ma il suo era un pianto nobile, di chi sapeva piangere.
- Com’è successo?
- Una nave da carico, una nave fantasma…da terra non hanno avuto il tempo necessario per avvertire, quella nave è comparsa dal nulla, non è stata segnalata e si è diretta verso la rotta sbagliata…Ci spiace, se solo…
- Lasci perdere i convenevoli ora! non vede?! Mio marito è lì, su quel letto, e delle sue scuse ora non me ne faccio niente! Se ne vada!
Rimase lì, immobile, a guardare quel corpo all’apparenza morto, ma lei sapeva, sapeva che la sua anima era ancora lì, pronta ad ascoltare ogni sua parola, pronta a ricevere ogni sua carezza; lo spirito dentro di lui era ancora esistente, forse dormiva, bisognava avere solo la forza di risvegliarlo.
Non sapeva da che parte cominciare. Cosa dire a quell’uomo che la conosceva così bene, che sapeva già tutto?
Ogni piccolo pensiero le sembrava così banale, era una situazione in cui nulla poteva dare la certezza che lui sarebbe tornato.
Voleva stargli vicino, cercare di intuire, anche se solo da una minima espressione, ciò che la sua anima cercava di dire, ma non c’erano movimenti, solo il rumore fastidioso della macchina che teneva ancora in vita suo marito.
Lo vedeva lì, disteso, e un pensiero cominciò ad occupare la sua mente: era questo che il suo amore avrebbe voluto? Rimanere in vita solo grazie ad una macchina, senza sapere se e quando i suoi occhi avrebbero mai rivisto la luce del sole, senza sapere se e quando le sue mani avrebbero potuto toccare nuovamente un petalo di un fiore, ma se anche nulla in futuro fosse cambiato lei non poteva decidere della vita altrui, non era a conoscenza della volontà di suo marito, non avevano mai affrontato questo argomento, non si erano mai preoccupati di un evento del genere….e poi c’è la legge, lo stato proibisce l’eutanasia, perciò doveva abituarsi all’idea di vedere il suo amore lì, disteso su quel letto d’ospedale a combattere tra la vita e la morte.
Ora, come dire a Sarah che era uscita di corsa perché suo padre era stato ricoverato in fin di vita?
Non avrebbe mai trovato le parole adatte, quelle che aiutano ad affrontare con forza ogni situazione, quelle che combattono le lacrime e il dolore prima che questi prendano il sopravvento. Era meglio una telefonata? O forse farsi raggiungere in ospedale? Alla fine decise di tornare a casa e parlare alla figlia con affetto, quell’affetto che lei non è mai riuscita ad esternare ma che suo marito mostrava ogni qualvolta guardava la figlia, lui la ammirava, la contemplava, era orgoglioso di lei, di ciò era stata e di ciò che sarebbe diventata.
Uscì dalla stanza per raggiungere la figlia a casa, andò via con una fitta allo stomaco di chi sa che starà per dare un forte dolore a qualcun altro.
Non era quella la reazione che pensava potesse avere sua figlia, rimase calma e immobile, con lo sguardo fisso, impenetrabile, non una lacrima, non una parola. Era questo l’affetto che aveva nei confronti dell’uomo che gli aveva donato la vita? I suoi occhi emanavano aria gelida, Rachel non avrebbe mai creduto che sua figlia potesse essere così indifferente al dolore del padre.
Si guardarono fisse a lungo senza dire nulla poi, ad un certo punto, Sarah voltò le spalle e se ne andò lasciando sua madre lì, sola con la sua tristezza.
Rachel pianse, ma il suo era un pianto nobile, di chi sapeva piangere.
La cosa che più avrebbe desiderato al mondo era di poter ricevere un abbraccio da sua figlia, un gesto all’apparenza così insignificante ma che sembrava dire che lei c’era, era lì con lei e non l’avrebbe lasciata sola ad affrontare un momento così sofferente.
Ma non fu così.
Tornò all’ospedale, nonostante tutto non poteva lasciare il suo amore da solo, si diresse verso la stanza 34 al terzo piano ed entrò.
Lui era ancora lì, nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato un paio d’ore prima, non una virgola era cambiata, non una mosca era passata. L’espressione del viso era sempre la stessa, aveva le labbra socchiuse e serene, tipiche di chi sta dormendo e sogna.
Lei sapeva che forse lui non ascoltava le sue parole ma cominciò a parlare come se fosse convinta di poter interagire con lui, nelle sue frasi si alternavano domande ma queste non ricevevano risposta.
Passò la notte e Rachel cercò di dormire appoggiando la testa ai piedi del letto di suo marito, ma il suo non fu un sonno tranquillo, pensava a sua figlia e piangeva per suo marito, ma il suo era un pianto nobile di chi sapeva piangere.
Il mattino trascorse sereno, sempre se serena si può definire una situazione del genere. Rachel parlò con i medici ma da tutti la stessa risposta, il destino di Adam era ormai segnato, nulla, nemmeno un miracolo poteva ridare a suo marito la forza di reagire.
A cosa serve allora vivere se si è destinati a farlo nel peggiore dei modi? Come si può essere felici se l’unico modo per esserlo è vedere la felicità nello sguardo degli altri? Anzi nemmeno la vista accompagnava ormai gli occhi di quell’uomo, ma riusciva a sentire e capiva se attorno a lui regnava la felicità.
I giorni passavano lentamente e più si andava avanti più sembrava che un giorno fosse uguale all’altro, sempre nello stesso luogo, sempre con le stesse emozioni; come se il tempo avesse giocato a Rachel un brutto scherzo e l’avesse intrappolata in una dimensione temporale, costringendola a vivere di continuo sempre lo stesso giorno.
C’era lei con gli occhi fissi e lucidi verso il letto d’ospedale, c’era suo marito, il suo Adam, sempre con quelle labbra socchiuse e serene, tipiche di chi sta dormendo e sogna, e poi c’era la figlia che si era chiusa in se stessa senza esternare neanche una piccola emozione.
Rachel cominciò a sentirsi sola, veramente sola, non sapeva su chi appoggiarsi per evitare di crollare.
Nella sua vita lei ce l’aveva sempre fatta da sola, i suoi genitori non li aveva mai conosciuti e i parenti del marito non l’avevano mai vista di buon occhio. Lui così di brava famiglia, lei una famiglia nemmeno ce l’aveva, lui così borghese, lei…la classica ragazza allevata in un orfanotrofio e cresciuta per la strada, insomma…da non frequentare. Queste erano le parole che la famiglia di lui usava per definire Rachel. Si sa, chi ha una certa fama l’ultima cosa che vuole è veder infangato il buon nome della famiglia, a costo di non vedere più il proprio familiare. E così fu, Adam, per amore di Rachel, chiuse qualsiasi tipo di rapporto con i suoi genitori.
Nonostante tutto, qualsiasi fosse stato il passato, ora la cosa più ovvia era chiamare i suoceri e spiegar loro l’accaduto, e così fece.
Prese dalla tasca della sua borsa il cellulare e telefonò, dall’altra parte rispose il padre di Adam, Rachel cercò di mantenere la massima calma per non allarmarlo ma le bastò pronunciare i nome di suo marito per scoppiare in un pianto ininterrotto.
Poche ore dopo fu raggiunta dai suoceri in ospedale.
La madre di suo marito aveva il volto stanco e sofferto e Rachel si commosse nel vederla, le andò incontro e l’abbracciò. In quel momento era come se tutti i dissapori che c’erano stati in passato si fossero automaticamente cancellati, il dolore le riavvicinò.
Rachel dovette spiegare con più calma l’accaduto e ogni parola che pronunciava era per lei era un dolore sempre più forte.
I genitori di Adam entrarono nella stanza dove il loro figlio stava lottando per la vita ma restarono dentro solo per pochi minuti, nel vedere che di fronte a tutto ciò erano inermi furono presi dallo sconforto.
Poche ore dopo decisero di andare a trovare la nipote che non avevano mai voluto conoscere, una ragazza di sedici anni la cui vita era un mistero per loro.
Rachel rimase lì in quella stanza d’ospedale in attesa di un segno che forse non sarebbe mai arrivato.