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16 dicembre 2009

Ahh la fotografia

Può uno scatto immortalare un sentimento?

Steve McCurry lo ha fatto, ha dato vita a fotografie fatte di emozioni e valori umani: tristezza, gioia, bellezza, infanzia, guerra, dolore, felicità..
30 anni di carriera.

6 giugno 2007

Come bambole


Lo stato di perenne angoscia e inquietudine persiste per tutto il tempo....forse corto ma intenso....
Il suono di quella voce forse turbata, sicuramente esprime quel filo labile che esiste tra l'essere sani e pazzi...
Pazzia portata dal voler scappare dalla realtà...fuggire, fuggire via...Rifugiarsi nel mondo che ci si è costruiti da bambini, il mondo delle favole, il mondo delle bambole. in fondo ai giocattoli non può accadere nulla di male, sono irreali, sono esseri di un mondo magico, pulito e innocente.
Ma forse la cattiveria del mondo reale ha toccato anche loro, anche loro non sono più puri...forse anche loro sono stati toccati...

Per capire di cosa parlo....http://www.tomovie.it/?q=node/957/play

Sicuramente da apprezzare....

14 febbraio 2007

Morte di un commesso viaggiatore


Ieri sera ho capito quanto la caricatura della vita possa essere più reale della vita stessa.
"Morte di un commesso viaggiatore" uno spettacolo sull'esitenza dell'uomo sulla terra, nella sua città..Uno spettacolo fatto per commuovere, per far ridere e per lasciare ecomunque qualcosa a cui pensare a fine serata. "E' stato fantastico" ho pensato, certo con attimi un pò troppo dilatati qualche caduta di stile...."Ma pur sempre fantastico".
Un vero e proprio elogio alla follia, un parallelismo incrociato tra presente e passato, la paura dell'uomo che non vuole sentirsi dire la verità, una vita passata tra le strade e una vita parallela che non si è vissuta, che si è persa...
Le aspettative di una famiglia, le aspettative di un padre...l'orgoglio che fa chiudere gli occhi, che perdere...
L'invidia per gli altri celata dalla troppa autostima...
Morte di un commesso viaggiatore....morte di un uomo che crede di tenere il mondo in pugno ma alla fine è il mondo che lo stringè a sè, con i suoi problemi, lo stringe fino a farlo scoppaire...
La sottile pazzia di un uomo che fa finta di non vedere, che rimane ancorato al suo passato, ..."ai suoi olmi, alla sua Boston, al figlio che tanto sarebbe dovuto diventare campione sportivo"..
La morte è arrivata prima dentro e poi fuori...morire per sentirsi dire che si è liberi..

19 dicembre 2006

SEGNI 2006

Segni è una rassegna dedicata a tutti quegli artisti che utilizzano le arti visive per esprimersi: fotografi, pittori, scultori, videomaker e artisti dell'era digitale, rimane comunque un ampio margine di artisti che sono tuttora affezionati al vecchio pennello e ala sua tavolozza di colori...
Il progetto prevede l'esposizione, nella galleria dell'associazione Cenacolo Felice Casorati in Campidoglio, di uno o più lavori di giovani artisti emergenti (fino al 1962) in un formato particolare: un quadrato di 20x20 cm.
Lo scopo del concorso è quello di riunire tra loro artisti affermati ed emergenti, dando all'arte un'opportunità in più per rompere gli schemi.

Il vernissage è Giovedì 21 Dicembre alle ore 18.30 in Via Balme 20, presso il Cenacolo Felice Casorati.

9 dicembre 2006

La corsa prosegue

È una continua scalata verso la vetta quella che sta affrontando il re dei motori di ricerca Google; a distanza di quasi due anni e mezzo dalla sua prima quotazione in borsa, nel NASDAQ, ora il valore per azione ha toccato la soglia dei 500 dollari superando le quotazioni di colossi industriali quali Intel e HP.
La società fondata 8 anni fa da due studenti universitari ora sta primeggiando tra i grandi nomi e sta cercando sempre più di diversificare i suoi servizi e gli strumenti che offre.
Il “rally” di Google e l’interesse nei suoi confronti nascono proprio da questo: innanzitutto Google rimane il leader indiscusso dei motori di ricerca, in secondo luogo sta iniziando ad offrire strumenti per l’ufficio, molto simili al software libero Open Office. Per ultimo, ma non certo per importanza, sta cercando di integrare tra loro diversi canali di comunicazione, come l’utilizzo dei cellulari per gestire il suo servizio di posta elettronica (Gmail).
L’evoluzione del multimediale e dei canali di comunicazione sta mettendo i vecchi media in seria difficoltà, in quanto si trovano a dover lottare con risorse sempre più forti , integrate e flessibili rispetto alle esigenze degli utenti.
Sicuramente l’innovazione porterà Google a fare grandi passi in avanti, perché è proprio la sua dinamicità e il suo correre in parallelo con il tempo a renderla una realtà in forte espansione.

21 novembre 2006

YouTube: nuova frontiera di comunicazione

Il palcoscenico è ora di tutti. Questo è lo spirito che ha reso celebre “Youtube”, il sito internazionale che permette la visione e condivisione di video. Il sito ospita video di diverso genere: show televisivi, video musicali, video amatoriali o personali, creati in casa dagli stessi utenti. Questa è la nuova frontiera dell’uomo, questi i nuovi mezzi di comunicazione, l’uomo non subisce più l’avvento di nuove tecnologie, ma crea egli stesso momenti di assoluto esibizionismo uscendo per la prima volta dall’anonimato e decidendo le regole del gioco.
YouTube nasce non solo come mezzo per dar voce alle nuove generazioni ma anche come vetrina per tutti coloro che vogliono mettersi in luce o che vogliono condividere informazioni, curiosità, notizie.
Alla base di tutto c’è la comunicazione intesa come condivisione di risorse, come scambio di opinioni, come innovazione.
La popolarità di YouTube ha colpito anche Google, che il 10 ottobre 2006, ha deciso di comprare il sito per il “modico” prezzo di 1,65 miliardi di Dollari, continuando ad accrescere così la sua fortuna e a perseguire la sua politica espansionistica.
YouTube è ora Google, e la notizia fa scalpore, ma sarà sicuramente un incentivo in più per aumentare il numero di utenti e per rendere la Rete un luogo dove non si è solo un “click” ma bensì una persona con un volto e qualcosa da dire.

28 ottobre 2006

World Trade Center


11 Settembre 2001- Attentato alle Torri Gemelle (N.Y).
2743 persone hanno perso la vita all'interno di questi edifici. Civili e forze pubbliche hanno lottato contro la morte, hanno lottato contro il terrorismo.Paura, angoscia, tristezza e dolore sono le emozioni che scaturiscono guardando il film. Paura che tutto ciò possa capitare anche a te, angoscia per la sorte delle persone, dolore provocato dalla sofferenza degli altri. Un documentario sull'11 Settembre di New York, ecco come si presenta il film (interpretato brillantemente da Nicholas Cage).All'interno della sala ho visto solo commozione e dolore, forse nessuno si aspettava di entrare così tanto nel cuore della situazione, forse il film ha risvegliato quello in che fondo è rimasto in uno stato latente dentro ognuno di noi, sepolto dalla forza di andare avanti contro tutto e contro tutti: la paura che provoca in noi il terrorismo...quel meccanismo che si innesca quando vivi ogni momento della tua vita guardandoti le spalle e non fidantoti più nemmeno del tuo stesso vicino. Un film-documentario fatto per non dimenticare....C'è chi crede alla versione ufficiale fornita dalla stessa America e chi invece confuta la tesi attribuendo l'attentato ad altri autori...Ciò comunque non toglie il fatto che molte, troppe, persone hanno perso la vita per conflitti politici...dando un dolore alle famiglie che rimarrà per sempre presente nelle loro vite..
Comunque per chi volesse...
www.worldtradecenter.com
e per chi crede in un'altra versione...
http://xoomer.alice.it/911_subito/elenco_assurdita.htm

23 settembre 2006

Una volta iniziai così...

Sarah sta squillando il telefono! Vai a rispondere per piacere?
Driiin…Driiin…Driiin
- Sarah!
- Sto andando!...Pronto?
- Salve vorrei parlare con la signora, è in casa?
- Chi la cerca?
- Le dica un amico, grazie.
…
- Mamma! Mamma! Ti vogliono al telefono?
- Chi è a quest’ora?
- Non so, dice di essere un tuo amico, ma non mi ha detto il nome; dal tono di voce sembra abbia fretta di parlarti…
- Pronto?
- Parlo con la signora Smith?
- Si! Ma chi è lei?
- Buonasera, scusi l’orario ma…
- Ma cosa? Cos’è successo?!
- Sono il Capitano della Marina Militare, il mio nome è Tyler. Devo dirle una cosa che forse non le farà piacere sentire. Poco fa c’è stato un incidente e suo marito…
- Cosa è successo a mio marito? Sta bene, vero? Mi dica che sta bene!
- Purtroppo no…l’impatto è stato violento e…
- Impatto?! Ma di che diavolo di impatto sta parlando?
- Deve venire subito al Providence Hospital, suo marito è ricoverato qui e credo sia il caso che ci raggiunga, le spiegheremo tutto al suo arrivo, faccia il prima possibile.
- Mamma chi era?
- Nessuno tesoro. Ora io devo andare, farò il prima possibile.
- Dove devi andare?! Vengo con te!
- No! È meglio che tu stia qui, nel caso in cui ci cerchi qualcuno…
- Ma cosa è accaduto? Mi sembri spaventata. Dimmi cosa c’è!
- Ti telefono più tardi, mi raccomando se hai bisogno chiama sul cellulare.
…
La paura stava assalendo i pensieri di Rachel, il piede premeva sempre più il pedale dell’acceleratore. Correva; correva per raggiungere suo marito, il suo amore, ma mentre correva pensava, pensava a quel che era potuto accadere, a quel che doveva aspettarsi una volta arrivata all’ospedale.
Arrivò, scese di corsa dall’auto, quasi si volesse gettare, andò di corsa all’entrata e si diresse come una furia verso il centralino in cerca di suo marito.
- Dov’è il Signor Adam Smith? Dov’è ricoverato?
- Stia calma signora, m’informo subito, intanto si sieda…
- Non voglio sedermi! Voglio solo vedere mio marito! Dov’è?
- Le ho già detto di aspettare un attimo…
…
- Stanza 34, terzo piano.
Adam era l’unica persona che amava, la persona con cui si promise di condividere la sua vita, la persona che rappresentava la sua vita, e non poteva, né tantomeno voleva perderlo.
Correva e pensava; pensava a quel che doveva aspettarsi una volta entrata nella stanza. Correva così veloce che il respiro cominciò a farsi affannoso.
- Signora Smith! Signora Smith!
- È questa la stanza?
- Si, ma aspetti! Prima devo spiegarle!
- Parleremo dopo, ora ho bisogno di vederlo.
- È in coma, forse irreversibile…
Scoppiò in lacrime, entrò nella stanza e si sedette di fianco al letto.
Si asciugò il viso e cercò di assumere un’espressione decisa, sicura di sé, forte, quasi volesse far capire a suo marito che anche questa volta ce l’avrebbero fatta.
Cominciò a parlare con la convinzione che lui potesse sentirla; parlava,sembrava quasi che non avesse realmente realizzato che suo marito, il suo amore, la persona che rappresentava la sua vita era lì, disteso su quel letto d’ospedale, così inerme, così indifeso.
Parlava e piangeva, ma il suo era un pianto nobile, di chi sapeva piangere.
- Com’è successo?
- Una nave da carico, una nave fantasma…da terra non hanno avuto il tempo necessario per avvertire, quella nave è comparsa dal nulla, non è stata segnalata e si è diretta verso la rotta sbagliata…Ci spiace, se solo…
- Lasci perdere i convenevoli ora! non vede?! Mio marito è lì, su quel letto, e delle sue scuse ora non me ne faccio niente! Se ne vada!
Rimase lì, immobile, a guardare quel corpo all’apparenza morto, ma lei sapeva, sapeva che la sua anima era ancora lì, pronta ad ascoltare ogni sua parola, pronta a ricevere ogni sua carezza; lo spirito dentro di lui era ancora esistente, forse dormiva, bisognava avere solo la forza di risvegliarlo.
Non sapeva da che parte cominciare. Cosa dire a quell’uomo che la conosceva così bene, che sapeva già tutto?
Ogni piccolo pensiero le sembrava così banale, era una situazione in cui nulla poteva dare la certezza che lui sarebbe tornato.
Voleva stargli vicino, cercare di intuire, anche se solo da una minima espressione, ciò che la sua anima cercava di dire, ma non c’erano movimenti, solo il rumore fastidioso della macchina che teneva ancora in vita suo marito.
Lo vedeva lì, disteso, e un pensiero cominciò ad occupare la sua mente: era questo che il suo amore avrebbe voluto? Rimanere in vita solo grazie ad una macchina, senza sapere se e quando i suoi occhi avrebbero mai rivisto la luce del sole, senza sapere se e quando le sue mani avrebbero potuto toccare nuovamente un petalo di un fiore, ma se anche nulla in futuro fosse cambiato lei non poteva decidere della vita altrui, non era a conoscenza della volontà di suo marito, non avevano mai affrontato questo argomento, non si erano mai preoccupati di un evento del genere….e poi c’è la legge, lo stato proibisce l’eutanasia, perciò doveva abituarsi all’idea di vedere il suo amore lì, disteso su quel letto d’ospedale a combattere tra la vita e la morte.
Ora, come dire a Sarah che era uscita di corsa perché suo padre era stato ricoverato in fin di vita?
Non avrebbe mai trovato le parole adatte, quelle che aiutano ad affrontare con forza ogni situazione, quelle che combattono le lacrime e il dolore prima che questi prendano il sopravvento. Era meglio una telefonata? O forse farsi raggiungere in ospedale? Alla fine decise di tornare a casa e parlare alla figlia con affetto, quell’affetto che lei non è mai riuscita ad esternare ma che suo marito mostrava ogni qualvolta guardava la figlia, lui la ammirava, la contemplava, era orgoglioso di lei, di ciò era stata e di ciò che sarebbe diventata.
Uscì dalla stanza per raggiungere la figlia a casa, andò via con una fitta allo stomaco di chi sa che starà per dare un forte dolore a qualcun altro.
Non era quella la reazione che pensava potesse avere sua figlia, rimase calma e immobile, con lo sguardo fisso, impenetrabile, non una lacrima, non una parola. Era questo l’affetto che aveva nei confronti dell’uomo che gli aveva donato la vita? I suoi occhi emanavano aria gelida, Rachel non avrebbe mai creduto che sua figlia potesse essere così indifferente al dolore del padre.
Si guardarono fisse a lungo senza dire nulla poi, ad un certo punto, Sarah voltò le spalle e se ne andò lasciando sua madre lì, sola con la sua tristezza.
Rachel pianse, ma il suo era un pianto nobile, di chi sapeva piangere.
La cosa che più avrebbe desiderato al mondo era di poter ricevere un abbraccio da sua figlia, un gesto all’apparenza così insignificante ma che sembrava dire che lei c’era, era lì con lei e non l’avrebbe lasciata sola ad affrontare un momento così sofferente.
Ma non fu così.
Tornò all’ospedale, nonostante tutto non poteva lasciare il suo amore da solo, si diresse verso la stanza 34 al terzo piano ed entrò.
Lui era ancora lì, nella stessa posizione in cui l’aveva lasciato un paio d’ore prima, non una virgola era cambiata, non una mosca era passata. L’espressione del viso era sempre la stessa, aveva le labbra socchiuse e serene, tipiche di chi sta dormendo e sogna.
Lei sapeva che forse lui non ascoltava le sue parole ma cominciò a parlare come se fosse convinta di poter interagire con lui, nelle sue frasi si alternavano domande ma queste non ricevevano risposta.
Passò la notte e Rachel cercò di dormire appoggiando la testa ai piedi del letto di suo marito, ma il suo non fu un sonno tranquillo, pensava a sua figlia e piangeva per suo marito, ma il suo era un pianto nobile di chi sapeva piangere.
Il mattino trascorse sereno, sempre se serena si può definire una situazione del genere. Rachel parlò con i medici ma da tutti la stessa risposta, il destino di Adam era ormai segnato, nulla, nemmeno un miracolo poteva ridare a suo marito la forza di reagire.
A cosa serve allora vivere se si è destinati a farlo nel peggiore dei modi? Come si può essere felici se l’unico modo per esserlo è vedere la felicità nello sguardo degli altri? Anzi nemmeno la vista accompagnava ormai gli occhi di quell’uomo, ma riusciva a sentire e capiva se attorno a lui regnava la felicità.
I giorni passavano lentamente e più si andava avanti più sembrava che un giorno fosse uguale all’altro, sempre nello stesso luogo, sempre con le stesse emozioni; come se il tempo avesse giocato a Rachel un brutto scherzo e l’avesse intrappolata in una dimensione temporale, costringendola a vivere di continuo sempre lo stesso giorno.
C’era lei con gli occhi fissi e lucidi verso il letto d’ospedale, c’era suo marito, il suo Adam, sempre con quelle labbra socchiuse e serene, tipiche di chi sta dormendo e sogna, e poi c’era la figlia che si era chiusa in se stessa senza esternare neanche una piccola emozione.
Rachel cominciò a sentirsi sola, veramente sola, non sapeva su chi appoggiarsi per evitare di crollare.
Nella sua vita lei ce l’aveva sempre fatta da sola, i suoi genitori non li aveva mai conosciuti e i parenti del marito non l’avevano mai vista di buon occhio. Lui così di brava famiglia, lei una famiglia nemmeno ce l’aveva, lui così borghese, lei…la classica ragazza allevata in un orfanotrofio e cresciuta per la strada, insomma…da non frequentare. Queste erano le parole che la famiglia di lui usava per definire Rachel. Si sa, chi ha una certa fama l’ultima cosa che vuole è veder infangato il buon nome della famiglia, a costo di non vedere più il proprio familiare. E così fu, Adam, per amore di Rachel, chiuse qualsiasi tipo di rapporto con i suoi genitori.
Nonostante tutto, qualsiasi fosse stato il passato, ora la cosa più ovvia era chiamare i suoceri e spiegar loro l’accaduto, e così fece.
Prese dalla tasca della sua borsa il cellulare e telefonò, dall’altra parte rispose il padre di Adam, Rachel cercò di mantenere la massima calma per non allarmarlo ma le bastò pronunciare i nome di suo marito per scoppiare in un pianto ininterrotto.
Poche ore dopo fu raggiunta dai suoceri in ospedale.
La madre di suo marito aveva il volto stanco e sofferto e Rachel si commosse nel vederla, le andò incontro e l’abbracciò. In quel momento era come se tutti i dissapori che c’erano stati in passato si fossero automaticamente cancellati, il dolore le riavvicinò.
Rachel dovette spiegare con più calma l’accaduto e ogni parola che pronunciava era per lei era un dolore sempre più forte.
I genitori di Adam entrarono nella stanza dove il loro figlio stava lottando per la vita ma restarono dentro solo per pochi minuti, nel vedere che di fronte a tutto ciò erano inermi furono presi dallo sconforto.
Poche ore dopo decisero di andare a trovare la nipote che non avevano mai voluto conoscere, una ragazza di sedici anni la cui vita era un mistero per loro.
Rachel rimase lì in quella stanza d’ospedale in attesa di un segno che forse non sarebbe mai arrivato.